Incanto pavese

scritto da Paulus
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Testo: Incanto pavese
di Paulus

La città è immersa nel buio della notte. Pavia dapprima sonnecchia, poi dorme sodo: le finestre senza luce, le persiane accostate le serrande abbassate. Qualcuno rantola si puntella per non stramazzare attacca un canto d'altri tempi. E la quiete è scossa e un brivido sopravanza, è il latrato del cane lamentoso che si spazientisce, quando un automobile sfreccia e risponde il miagolio dei gatti aggomitolati sotto le panchine tra i cespugli negli anfratti. Ogni fracasso ogni fruscio ogni rimbombo è un fiotto di esuberanza. La donna una quarantina d'anni dallo spolverino leggero rosso dai cui stillano lacrime di pioviggine i lineamenti intonati ai colori delle ore notturne chiede informazioni. La sua è la voce di quella che sbraita nel deserto. Battono le ore scandite dallo zefiro, dalla torre campanaria di San Michele Maggiore. L'assiolo fa
chiù rintuzzando, una tenzone ludica di suoni. Battono le tre. La quarantenne deterge la chioma arruffata incollata. "Quello è l'olmo campestre, sui rami sfarfallano berretti frigi icone della libertà. Hegel ne addobbò uno rassomigliante a questo che s'innalza davanti ai nostri occhi e sfiora le stelle. E' l'albero della libertà dalla lettiera ai suoi piedi germogliano polloni che rivendicano autonomia e indipendenza.” dice lo studente additando. La studentessa controbatte raggiando per quelle divagazioni goliardiche cui ormai è avvezza “Dimmi qualcosa di Hegel. Voglio sfoggiare davanti alla commissione esaminatrice con una frase a effetto. “. “La più scontata che fa sempre un certo effetto. Ciò che è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale" risponde canterellando pigramente. S'incamminano invisibili nella nebbiolina che si è appena levata, solo il trillo di lei echeggia come di campanella argentina, delle sue risate roboanti.
Incanto pavese testo di Paulus
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